Prende il nome di uno dei tre giustieriati in cui fu divisa la Sicilia d’epoca Normanna. L’olivicoltura si diffuse nel Valdemone già alla fine del ’400, come testimoniano i primi frantoi impiantati a Castell’Umberto e nel comune feudale di Samperi. Il paesaggio agrario dell’area è molto caratteristico, si contraddistingue per le asperità della sua orografia, in cui s’identifica nettamente una fascia costiera e una collinare. La prima è distinta da colture agrumicole, in particolare, limone e arancio, e da una realtà peschicola. La seconda, invece, si distingue per un paesaggio che si erge ripidamente dalla costa e, sovente, si vede attraversato da profonde e strette valli, dette Fiumare. In quest’ultima parte si coltiva principalmente l’olivo fatto crescere in tipici terrazzamenti caratterizzanti il paesaggio e che si spingono fino ai 500 metri d’altitudine. Da qui fino agli 800 metri, l’oliveto cede il posto alle terrazze con il nocciolo. Oltre, ci si spinge dentro la fascia montana dei Nebrodi. I suoli sono prevalentemente di medio impasto, tendenti allo sciolto e di discreta fertilità. L’area di produzione estesa 35.000 ettari circa, comprende tutto il Messinese, con esclusione dei rilievi montuosi dei Peloritani e dei Nebrodi, segnatamente ai territori di Floresta, Malvagia e Mojo Alcantara. La denominazione è accompagnata da una delle cinque menzioni geografiche aggiuntive: “Halaesa” in cui prevale la varietà Santagatese; “Fiumare di Naso” in cui prevalgono le varietà Minuta e Santagatese; “Tyndaris” in cui prevale l’Ogliarola messinese; “Mandanici” in cui prevale l’Olivo di Mandanici; “Colli di Taormina” con la varietà Ogliarola messinese. Ciascuna menzione prevede in varie percentuali la possibilità di includere altre varietà, tra cui le principali sono: la Nocellara messinese, l’Ottobratica, la Brandofino, la Verdello e la San Benedetto.
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